Dov’è finita Sherazade tra le 1001 Notti digitali?

Negli ultimi anni la tecnologia, volenti o nolenti, si è imposta nelle nostre vite, apportando modificazioni piuttosto significative: forse non ci siamo nemmeno resi conto dell’entità di questi cambiamenti e di come essi impattino sul nostro modo di conoscere e di sentire la vita. Diversi studiosi si sono occupati di questo tema cercando di reperire dati scientifici e riscontri psicologici.  Fino a una manciata di anni fa il libro era il solo supporto sul quale si poteva leggere; con l’avvento dei telefonini e dei tablet e, non ultimo, degli e-book, che si piazzano a metà strada tra un foglio e un byte, il nostro approccio alla lettura è radicalmente mutato, comportando cambiamenti anche nel nostro cervello.  

“Siamo nati per vedere, per muoverci, per parlare, per pensare. Non per leggere. La lettura è un’acquisizione straordinaria ma recente, molto recente, nella storia dell’umanità. E dato che il nostro cervello non ha un circuito geneticamente programmato per questa attività, che si forgia in base a quanto, a come e a che cosa leggiamo, la lettura potrebbe rivelarsi una conquista fragile”. Questo è quanto scrive Chiara Palmerini su un articolo de Il Sole 24 ore, riportando il risultato di studi eseguiti da Maryanne Wolf, neuroscienziata cognitiva ed insegnante all’Università della California, autorevole studiosa dei processi di lettura. Secondo la Wolf, stiamo perdendo la capacità di “lettura profonda”: quella che attiva una serie di processi che coinvolgono tutto il cervello e permette di dedurre qualcosa che va oltre quanto è detto; l’unica modalità, in sostanza, per cui l’informazione può essere elaborata per costituire conoscenza. 

Un testo non è solo un cumulo di informazioni con cui intasare la mente: quando il nostro cervello riesce a rielaborare attivamente ciò che vi è scritto, si generano anche dei sentimenti smossi dalla lettura stessa, di cui l’identificazione e la conseguente empatia con il personaggio di un romanzo è uno fra i più noti esempi.

Una lettura eseguita attraverso uno schermo ci offre un risultato più sterile, asettico, dove nel lungo termine perfino il contenuto viene smarrito; è stato comprovato, infatti, che la lettura su carta rimane più impressa di quella digitale, probabilmente anche a causa di una presenza maggiore di riferimenti che fungono da ancore mentali per la nostra memoria. Uno fra i più rilevanti è sicuramente lo spazio, grazie al quale ci accorgiamo più facilmente, persino fisicamente, se siamo all’inizio o alla fine di un testo. 

Sempre nel suo articolo, la Palmerini scrive: “In termini assoluti non è neppure vero che leggiamo meno. In realtà siamo sopraffatti dalle informazioni: l’individuo medio consuma, saltabeccando da un dispositivo all’altro, 34 gigabyte al giorno di contenuti, l’equivalente di circa 100mila parole, in pratica un romanzo lungo. Quello di cui siamo sempre più incapaci, sovrastati dalla massa delle informazioni da internet e distratti da mille stimoli digitali, è trovare la calma e la forza, o meglio la “pazienza cognitiva”, per affrontare letture lunghe e lente, capaci di risuonare dentro di noi, di aprire mondi sconosciuti e trasformarsi in riflessione, conoscenza e saggezza. […] La cosa più tremenda è che non abbiamo più tempo per riflettere sul valore di verità di quello che leggiamo. Leggiamo le cose comode, che si conformano a quello che già pensiamo, che rinforzano, invece di sfidare, le nostre prospettive. Alla fine diamo retta a chi ci dice quello che vogliamo sentire”. 

Che cosa accade ai bambini che si affacciano al mondo digitale a partire da età sempre più precoci? Secondo una ricerca effettuata su 12 famiglie inglesi condotta da “Egmont Publishing UK”, il più grande editore britannico di libri e riviste per bambini, “il contatto con supporti digitali in tenera età e la scarsa presenza nelle giornate di momenti di tranquillità, portano ad una scarsa capacità di lettura negli anni seguenti, quando i bambini compiono circa 7 o 8 anni. Vengono infatti meno quei momenti in cui i bambini possono sfogliare un libro illustrato, ascoltare una favola letta dal nonno e volare con la fantasia, senza bisogno di schermi su cui compaiano personaggi variopinti e in continuo movimento, immaginando fate, principesse e draghi, foreste e cieli stellati, a modo loro, ognuno nella sua mente, seguendo solo l’istinto e la fantasia”. 
Di conseguenza, tutto ciò porta a leggere molto meno e ad una concentrazione sempre più frammentata.

Secondo Manfred Spitzer, direttore della Clinica psichiatrica e del Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm, “le ricerche scientifiche in questo campo si sono moltiplicate e oggi disponiamo di un’evidenza incontestabile sul legame fra l’uso eccessivo delle tecnologie digitali e una serie di patologie che vanno dalla depressione propriamente intesa agli stati d’ansia, dall’insonnia ai disturbi alimentari”. 

I neuroni sono come dei “muscoli”, vanno esercitati, stimolati e non appiattiti o peggio ancora spenti davanti a uno schermo. La solitudine che ne consegue è disarmante, la mancanza di empatia, la socialità sviluppata solo con i media porta ad un un distacco terribile dalla realtà. Sempre secondo Spitzer, il dispositivo digitale più tossico e che crea più solitudine è lo smartphone, perché ha più di 4 miliardi di utenti: è una connessione costante e fruizione informatica permanente. Si può giocare, guardare video o “televisione”. 

Per quanto riguarda l’ebook, invece, per come se ne intende comunemente l’uso, – riferisce ancora Spitzer – esso è indicato per le persone che vanno in vacanza, per le “signore di mezza età. Lettrici forti, non più giovani, desiderose di non rovinare il romanzo che si sono portate in spiaggia. La sabbia, le macchie di crema solare, tutti i fastidi dai quali il libro digitale è al riparo. Senza trascurare il fatto che un e-reader è leggero, facile da trasportare e via dicendo. La sto mettendo in parodia, d’accordo. Ma non troppo: in realtà l’e-book può andare benissimo per una lettura di tipo disimpegnato; ma quando occorre instaurare un rapporto più profondo con il libro, ecco che la situazione si capovolge. Lo confermano molte ricerche. Una delle più accurate, realizzata nel 2015 dalla University of California, mostra con estrema chiarezza come le preferenze dei ventenni vadano nella direzione del libro di carta, che meglio si adatta alle necessità dello studio”. 

È indubbio che indietro non si torna, e che dovremmo cercare di sfruttare al meglio e di non subire i nuovi strumenti che abbiamo: è importante mantenere sempre una presenza attentiva e un senso critico per saper e poter distinguere, tra le tante notizie da cui veniamo inondati, quelle effettive da quelle false. 
La carta stampata ha un fascino e un carisma senza eguali: è un qualcosa che ti rimane, che puoi sfogliare e prestare; essa ti permette di prendere tempo per entrare in relazione con una storia o riflettere su una nuova idea. 
Come sempre, lo strumento non è il “problema”, ma è l’uso che ne facciamo, il grado di coscienza che impieghiamo. Un utilizzo moderato che lascia spazio ad altre attività e alla socializzazione ci può aiutare a vivere appieno e a non cadere nell’isolamento. Non a caso Spitzer nel suo libro, “Demenza digitale”, scrive: “Ci stiamo giocando il cervello! Non siamo più capaci di raggiungere un luogo senza GPS, siamo terrorizzati all’idea di uscire senza cellulare. Bambini e ragazzi trascorrono davanti a un monitor più del doppio del tempo che passano a scuola e le conseguenze si vedono nell’incremento dei disturbi dell’apprendimento, dello stress, di patologie depressive, della predisposizione alla violenza. Non è tardi per correggere la rotta, ma bisogna capire bene i pericoli che tutti noi corriamo e imparare a convivere con le nostre tecnologie”.
E aggiungo: occorre riflettere e recuperare un rapporto sano e vitale con la realtà che ci circonda e con le persone che abbiamo accanto. La vita è una avventura troppo grande e misteriosa per passarla a testa china davanti ad un PC.

[argoname: Trix]

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