Biodiversità e seedsaving: i fondamenti della democrazia alimentare

Seedsaving

Dobbiamo riprenderci il diritto di conservare i semi e la biodiversità.
Il diritto al nutrimento e al cibo sano.
Il diritto a proteggere la terra e le sue specie
”.

Così afferma la dottoressa Vandana Shiva, scienziata, ambientalista, scrittrice e filosofa, annoverata tra i teorici dell’ecologia sociale, una corrente di pensiero che unisce temi ecologisti sociali e politici, rilevando la necessità di un cambio di paradigma nell’uso delle risorse del nostro pianeta, il quale sarebbe capace di nutrire tutti se la sua natura venisse rispettata e l’uguaglianza tra gli uomini fosse effettiva.
Nel brano tratto dal testo “Vacche sacre e mucche pazze“, Vandana Shiva suggerisce infatti la necessità di “fermare il furto delle multinazionali a danno dei poveri e della Natura. La democrazia alimentare è al centro dell’agenda per la democrazia e i diritti umani, al centro del programma per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale (…) Il punto non è quanto le nazioni ricche possono dare, il punto è quanto meno possono prendere“.

L’uomo e la natura hanno convissuto in armonia fin dall’antichità, rispettando per lo più le reciproche misure. A partire dalla Rivoluzione Industriale, poi, con l’uso del carbone e lo sfruttamento delle risorse fossili ed, in seguito, nel secondo dopoguerra, con la cosiddetta “Rivoluzione Verde“, gli equilibri uomo-natura sono drasticamente cambiati, a discapito maggiormente delle risorse naturali e della situazione climatica.

Avviatasi negli anni ’40 tramite una ricerca messicana sponsorizzata dalla Rockefeller Foundation ed eseguita dal genetista americano Norman Borlaug, con l’intento di creare sementi ad altissima resa per ettaro, la Rivoluzione Verde apportò un drastico cambiamento nella gestione dell’agricoltura per come fino ad allora era stata concepita. Tale ricerca condusse infatti alla creazione di nuovi ibridi, nuove tecnologie agricole e all’utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi, tanto che nell’immediato si credette di aver trovato la soluzione al problema della fame nel mondo ed a Borlaug nel 1970 fu conferito il premio Nobel per la pace.

Così, con la spinta delle multinazionali e l’avallo dei governi e delle grandi istituzioni come Onu e Fao, l’agricoltura intensiva venne esportata  in tutto il mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo come India e Pakistan dove fu introdotta a partire dagli anni Sessanta.
In principio i contadini, allettati da copiosi raccolti e facili guadagni, si illusero che abbandonare le tecniche tradizionali e le sementi antiche, sapientemente tramandate e selezionate in base al territorio e al clima, potesse essere la soluzione alla loro povertà. Il fervore apportato dalla novità che avrebbe risolto la fame nel mondo non permise loro di riconoscersi dipendenti dall’acquisto di prodotti chimici e sementi OGM; oltre ad essere dannosi per la natura, questi prodotti si sono rivelati funesti anche per gli agricoltori stessi che, talvolta per aver subìto la perdita di raccolti dovuta a cause naturali, perdettero tutto ed alcuni addirittura si suicidarono per l’incapacità di coprire i debiti contratti per gli acquisti.

Durante gli anni ’70 agli studiosi più attenti fu già evidente che il nuovo paradigma agro-economico a lungo termine avrebbe portato ad una catastrofe ecologica senza precedenti. L’agricoltura “moderna”, infatti, caratterizzata da monocolture ed allevamenti intensivi, ha come sue proprie conseguenze l’impoverimento del suolo, l’avvelenamento delle falde acquifere e dell’aria, la necessaria deforestazione massiccia e conseguente distruzione di interi ecosistemi, inclusa l’estinzione o quasi di molte specie sia animali che vegetali.

Proprio alla fine degli anni ’70, Vandana Shiva, di cui si faceva menzione ad inizio articolo, tornata in India dopo aver conseguito diversi titoli di studio in ambito scientifico all’estero, assume il ruolo di ricercatrice in politiche ambientali ed agricole presso l’Indian Institute of sciences e presso l’Indian Institute of management. Essa si accorge dei disastri conseguiti dalla Rivoluzione Verde nel suo paese e decide di mettere tutto il suo impegno ed il suo sapere al servizio della salvaguardia dell’agro biodiversità, salvaguardia che ancora oggi sembra essere l’unica risposta ai problemi alimentari e all’emergenza ecologica del pianeta.
Nel 1982, in India, Vandana Shiva istituisce la Research Foundation for Science Technology and Natural resource policy, una fondazione che si occupa proprio di ecologia sociale e, nel 1987, crea Navdanya (lett. “9 semi”, in hindi) l’organizzazione che dà origine al “Movimento per la difesa della sovranità alimentare, dei semi e dei diritti dei piccoli Agricoltori in tutto il mondo” (cfr. navdanyainternational.it per saperne di più).

La dottoressa Vandana Shiva non si ferma solo alla creazione dei suoi centri di ricerca ma si impegna a portare le sue conoscenze e le sue esperienze in tutto il mondo, partecipando a conferenze e convegni come relatrice ed attivista contro quella che lei definisce la biopirateria delle multinazionali: l’appropriazione di sementi e tecniche antiche rese di fatto non più disponibili gratuitamente e liberamente a tutti.
Nel 1995 la dottoressa Shiva crea la fattoria di Navdanya per la “conservazione della biodiversità”, un luogo dove finalmente le sue teorie vengono messe in pratica conservando i metodi tradizionali per abbinarli ai princìpi dell’agroecologia e dell’Agricoltura biologica.
Anche questo progetto è un successo: il frutto dell’impegno della nostra in tema di libera conservazione delle sementi e biodiversità, collegato a democrazia e giustizia sociale, supera i confini dell’India per spostarsi all’estero, prima nelle zone più povere e sfruttate del pianeta e poi in tutto il resto del mondo.

Nel 2003, Vandana Shiva con attivisti, politici, studiosi, accademici, agricoltori e scienziati da tutto il mondo, in collaborazione con l’allora Presidente della Regione Toscana Martini, istituiscono la Commissione internazionale per il futuro dell’alimentazione e dell’Agricoltura con l’intento di “rendere maggiormente visibili le valide alternative sostenibili all’attuale sistema agro-alimentare controllato dalle grandi multinazionali dell’agrochimica, basato sulle monocoltura e strutturato sulle esportazioni” e “rafforzare il movimento globale per la difesa dei semi tradizionali e di sistemi alimentari virtuosi e sani“.
Sicuramente, l’attenzione verso i temi promossi dalla commissione, la quale ha anche sottoposto i suoi manifesti sulla biodiversità a varie conferenze dell’ONU, è aumentata sia da parte dei media che da parte delle istituzioni stesse, le quali dichiarano il 2010 “Anno Internazionale della Biodiversità”, proprio con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica e politica verso questi temi. I risultati ottenuti dall’Anno della Biodiversità, secondo la dottoressa Shiva, non sono stati soddisfacenti dal punto di vista socio-politico, e lo dice chiaramente nei suoi scritti.
Il vantaggio è stato che molte  persone  hanno avuto accesso a maggiori informazioni anche sulle dinamiche che pongono biodiversità ed alimentazione in relazione con democrazia e salute.

L’informazione di massa su questi temi è stata ulteriormente rafforzata dall’evento dell’Esposizione Universale (Expo 2015) tenutasi a Milano intorno alla tematica del “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, durante la quale si è ampiamente dibattuto riguardo la necessità di un nuovo paradigma agroalimentare che preservi le risorse del pianeta nutrendo tutti senza danneggiare l’ecosistema.

Nel frattempo, sulla scia dell’esempio di Navdanya, a tutte le latitudini hanno iniziato a nascere movimenti di seed savers, letteralmente “salvatori di semi”. I seed savers sono persone che, sia  per cultura contadina che per desiderio di salvare e tramandare ai propri figli le tradizioni del proprio territorio, preservando per loro sapori non omologati come quelli della produzione intensiva, si impegnano a fare ricerca di sementi antiche non trattate per conservarle e riprodurle attraverso sistemi strettamente biologici.
In Italia, per esempio, si pone molta attenzione riguardo al tema dell’alimentazione e della biodiversità anche a livello politico; Vandana Shiva, infatti, è consulente della regione Toscana in tema di politiche agricole.

Non sono notevoli solo i movimenti mondiali, sono soprattutto le persone comuni ad essere più attente all’ecologia e a volersi alimentare in modo etico e sostenibile, quindi sempre più spesso cercano di acquistare prodotti biologici e dalla provenienza accertata. Ma non solo: negli ultimi anni sono state fondate molte associazioni per lo scambio di semi, e alcune di esse organizzano anche corsi per diventare seed savers. Durante questi corsi  si insegna a fare ricerca di sementi sul territorio e si tramandano le tecniche per la loro  riproduzione e conservazione.
Molti giovani, spesso provenienti da differenti esperienze lavorative, si stanno accorgendo del potenziale della produzione agricola biologica e sostenibile, e si stanno impegnando nel recupero e utilizzo di sementi e sistemi antichi di coltivazione, in modo da saper garantire alimenti biologici, di qualità e dall’elevato valore nutrizionale.
Anche se timidamente, possiamo dire che all’orizzonte si intravveda quel cambio di paradigma tanto auspicato da coloro che, come la dottoressa Shiva e i seed savers, ritengono che il diritto alla biodiversità, alla conservazione dei semi e all’agricoltura biologica e sostenibile per la Natura siano sinonimo di democrazia.


[argoname: Kripazia]

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